In questa pagina troverai idee e pensieri nati riflettendo su ciò che è stato scritto o detto in relazione al mondo dell’alpe, per ragionare su temi diversi riguardanti la montagna, l’ecologia, la conservazione di questo nostro pianeta, con un occhio al presente ed uno al futuro.

Porteremo il fuoco

Buongiorno scalatori, scrivo questo pezzo in giorni di confino, come quelli che anche voi state vivendo. E lo faccio prendendo come spunto di riflessione questo articolo, che pone questioni interessanti sul vivere la montagna ai tempi del Covid19.

L’argomento è la possibile chiusura dei rifugi alpini come luoghi di pernotto per quest’estate 2019, per l’impossibilità di garantire la messa in atto di tutte quelle misure atte a contenere l’eventuale diffusione del virus.

Il tema mi chiama in causa, perché come guida ambientale escursionistica ridurrebbe le mie possibilità di lavoro in accompagnamento su più giorni per i prossimi mesi ma interessa ovviamente tutti gli appassionati di montagna, i quali trovano nei rifugi in quota un punto d’appoggio che rende possibili escursioni, ascensioni o trekking itineranti, altrimenti impossibili per quasi tutti.

Beh, il pensiero corre prima di tutto ai rifugisti ed a chi di quel lavoro ci vive, anche se stagionalmente, e che forse dovrà cambiare vita, ma la questione è più ampia e tira in ballo l’idea stessa di frequentazione della montagna, per tutti.

Senza rifugi dove dormire, chi potrà o vorrà cimentarsi con dormite in tenda ed in autonomia alimentare, per non rinunciare al weekend o alla settimana in giro per montagne? Probabilmente, in larghissima parte solo chi lo faceva già prima.

Anche chi non appartiene alla categoria della “Gente che va in montagna una volta l’anno e si crede Messner” può facilmente rendersi conto che se l’obiettivo è il dormire fuori per fare l’esperienza è un conto, e va bene tutto, ma se invece il pernotto in autonomia, con zaino sulla schiena di 15 kg e più, è funzionale ad un’ascensione, la storia cambia.

Livelli di allenamento, sopportazione della fatica, spirito di adattamento notevoli non sono per tutti, anzi, sono appannaggio di pochi, e la domanda sorge facilmente spontanea: ma chi me lo fa fare?

La mia esperienza di guida mi fa dire che quando è sera, dopo ore di cammino, il gruppo di escursionisti vuole generalmente mettere le gambe sotto al tavolo, magari bevendo una birra dopo una doccia, e già l’avventura di un pernotto, uno, in bivacco è un traguardo notevole. La tenda quindi è un punto davvero difficilmente raggiungibile in condizioni normali, a meno che non si riesca ad approntare un campo in pieno stile, con squadra d’appoggio che quando arrivi alle 5 del pomeriggio ti fa trovare tutto pronto e l’acqua per il tè che sta bollendo…

Partendo da questa premessa, se i rifugi saranno chiusi cosa perderemo, cosa ci rimarrà, e come si potrà cercare di approcciare un cambiamento nella frequentazione della montagna, se mai lo vorremo?

Il turismo di massa negli ultimi decenni ha portato in quota sempre più gente, e chi come me si muove con gruppi che contano al massimo una quindicina di persone, a volte, arrivando in un rifugio, si trova di fronte a scene più consone al lungomare di Cesenatico che ai 2000 m di quiete silenzio che abbiamo negli occhi e nel cuore.

La musica a palla, il caffé con la schiuma a parte, una lattina di birra scadente a 5,00 euro, oppure ancora gli alberghi d’alta quota, personalmente li ho sempre sentiti stridere parecchio in un contesto montano, che aveva agli albori lo scopo di fornire un tetto ed un piatto caldo agli alpinisti. E’ vero, i tempi sono cambiati ed i rifugi con loro, ma se questa crisi sta portando a riconsiderare tante cose al mondo, forse anche il mondo del turismo in montagna potrebbe cogliere l’occasione di ripensarsi, proponendo un approccio più semplice, dove passino i fondamentali: mangiare, dormire, stancarsi, entrando poco a poco in uno stato di maggiore lucidità, favorito dall’aver chiaro qual è il proprio compito. Spesso poi in montagna emerge nettamente anche molto di quello che è il proprio ruolo e il proprio modo di porsi quando invece si è a valle. La montagna però è e rimane per l’uomo un luogo ostile, seppur bellissimo, dove la fatica assume un valore differente, e dove mi piace sempre dire che si dovrebbe andare soprattutto con la testa, prima che con i piedi. Ecco, oggi forse lo si fa troppo poco, ed invece bisognerebbe capirlo con la testa, che un rifugio non è luogo per degustazioni di vini, saune e tinozze all’aperto, concerti in quota da centinaia di persone.

Se servirà ad usare più la testa che la forchetta, forse questa stagione aiuterà a cambiare paradigma.

Ma il punto è che ripensamenti della proposta governati da prese di coscienza che richiedono tempo, sia per chi propone che per chi dovrà comprare, avrebbero bisogno di scelte consapevoli, di un ripensamento più ampio del nostro vivere. La questione non è e non sarà solamente il modo di andare in montagna, ma il nostro modo di stare al mondo.

Se con forza saremo in grado di innescare un cambio di priorità e di mentalità di proporzioni sufficienti, allora cambierà probabilmente anche il nostro rapporto con la montagna, su quelle Alpi che purtroppo sono oggi sempre più il famoso Playground of Europe.

Ma se non saremo in grado di far saltare il banco, temo che nel breve periodo cambierà poco o nulla, e dopo aver sepolto molti cadaveri e aver passato magari un anno di chiusura, cercheremo di ritornare a fare la vita di prima; se il campo da gioco sarà all’incirca lo stesso, ché “morto” un rifugista se ne può sempre far un altro, i giocatori forse cambieranno, spero non troppo lentamente: saranno più poveri e guardinghi, ma anche meno competitivi, e più attenti all’essenziale. In una parola, spero, più selvatici.

Il mio modo di camminare e proporre montagna, fino a quando continuerò a lavorar da guida, che potrebbe esser per molto tempo ancora, o per molto poco, continuerà ad esser quello che ho imparato: sono nato, come escursionista e come guida, nei boschi dell’Appennino romagonolo, e ho sempre preferito la profondità del cammino all’altitudine estrema, la ricerca interiore alla velocità ed alle prove di forza, e credo sia un punto di vista utile e sensato, di questi tempi.

Se i rifugi saranno chiusi andremo a camminare in giornata, e le vette più difficili e lontane le raggiungeremo solo con gli occhi ed andrà bene così. Se vogliamo, sarà un po’ come il camminare d’inverno, quando tutto è chiuso, quando tutto è più difficile, col freddo, il ghiaccio, la natura spoglia e le poche ore di luce.

In inverno andiamo in montagna per mantenere accesa la fiamma. E quando potremo tornare a camminare riporteremo quel fuoco in montagna, anche se sarà estate.

Si ripartirà da lì, da quello che potremo fare misurando la durata delle giornate solo coi nostri passi, continuando a costruire un modo muovo.

(19/04/20)

Le condizioni quasi sbagliate

Camminare in montagna non è mai una passeggiata. Ogni stagione presenta le sue criticità che possono complicare la giornata, a volte anche in modo serio: caldo e temporali in estate, freddo e neve in inverno, giornate più brevi e prime gelate in autunno.

E la primavera? La primavera non è solo risveglio vegetativo, ma è anche risveglio dei sensi e del desiderio di camminare, col tepore del primo sole che scalda, e questo spesso fa venir voglia di andare, di osare ogni giorno qualcosa in più, seguendo la linea dell’innevamento residuo, che settimana dopo settimana si alza.

A fine marzo infatti, quando oramai le ciaspole chiedono riposo, si torna a camminare per sentieri, ma o si sceglie sempre l’Appennino ligure oppure tocca rimanere a quote basse. Altrimenti inizia un sottile gioco di valutazioni, studio dei versanti, delle webcam quando presenti: il tutto volto a pianificare un’uscita che consenta di trovare buone condizioni per camminare senza trovare ghiaccio o neve, che potrebbero compromettere la fattibilità di un’escursione in tutta sicurezza.

E’ la stagione peggiore per decidere le mete anche perché tutto può cambiare da una settimana all’altra, ed un giro che oggi sarebbe fattibile a piedi dopo 3 giorni potrebbe diventare un’uscita quasi alpinistica su neve…

Così, può capitare di trovarsi in quelle che a me piace chiamare le condizioni quasi sbagliate: quelle di un terreno misto, e sconosciuto, perché a meno di un sopralluogo appena compiuto non sempre si riesce a capire cosa ci si troverà di fronte. Ed è quel “quasi” che ci frega, perché invoglia a proseguire, che “non è poi così male” e “poi dopo migliora”… fino a quando magari ci si trova ad affondare in un metro di neve marcia senza nemmeno le ghette, oppure si incontra un traverso ghiacciato su un tratto in ombra.

Credo sia capitato a tutti. A me personalmente nei sopralluoghi è capitato in diverse occasioni di trovarmi in situazioni simili, ed a volte ho desistito: l’esperienza ed il buon senso dovrebbero consigliare sempre in questo senso. In sopralluogo poi si è quasi sempre soli e trovarsi in condizioni critiche durante un’uscita in solitaria oltre ad essere poco piacevole può diventare anche rischioso. Ci sono però anche volte in cui ho fatto la mia valutazione e poi, con qualche dubbio ho tirato dritto, magari tornando all’auto dopo aver dato un senso ai chili di equipaggiamento che mi porto sempre sulla schiena. Quest’anno ad esempio, in tre sopralluoghi differenti ho avuto di fronte tutte le casistiche:

  • ai laghi di Valgoglio ho azzardato un anello, consapevole che ad un certo punto avrei trovato neve, ed avevo portato i ramponi, che poi però non sono serviti;
  • in Val Verzasca io ed Edoardo siamo sprofondati in mezza gamba di neve, che a volte diventava una intera, quando sotto trovavi la buca, e non avevamo nemmeno le ghette. Certo, era fine febbraio, ma con qualche fatica abbiamo compiuto un giro che normalmente si propone da maggio;
  • a Rasa, con il Pizzo Leone da raggiungere, dopo neve a quote basse ed un versante male esposto, io ed Elisabetta abbiamo optato per un giro più breve, capendo subito che non c’erano le condizioni per portare a termine il programma stabilito.

A volte da escursioni come queste escono uscite memorabili, dove assaggi la carne dell’orso di cui parla Primo Levi nel suo racconto Ferro, e sei messo duramente alla prova. Altre gite invece sono mezzi buchi nell’acqua, da cui cerchi di raccogliere il possibile.

Ma la montagna è questo, e decide sempre lei quando la giornata è buona per salire. Tra l’altro una cosa non è da sottovalutare: serve parecchio a tutti, ogni tanto capire che è il caso di rinunciare.

Quando poi arriva il weekend e si è con un gruppo e si ha addosso la responsabilità della scelta, i possibili problemi si amplificano enormemente: i tempi di escursione si dilatano, non puoi contare sul fatto che tutti se la cavino in situazioni difficili, sia tecnicamente che soprattutto mentalmente, ed un gruppo stanco, infreddolito, impaurito o dove qualcuno si mette di traverso e punta i piedi senza volere o riuscire più a proseguire, beh è davvero difficile da gestire. Ma soprattutto, oltre al fattore sicurezza, che è e rimane fondamentale, c’è l’obiettivo dell’uscita, di ogni uscita, che è quello di portare a casa una giornata piacevole in montagna, e non una lotta con l’Alpe, fatta di tensioni e paure. Non abbiamo da dimostrare proprio nulla a nessuno, ed in questi casi molto meglio girare i tacchi e magari optare per un piano B, che spesso è possibile e la guida ci ha già pensato…

E se poi il piano B non è proprio possibile, esiste sempre un piano Beer nel circolo del paese, ed un timbro aggiuntivo sulla Kali-tessera, per la giornata che magari poteva riuscire meglio. Con una ragionevole certezza, quella montagna su cui volevate salire la troverete sempre lì anche a distanza di qualche settimana.

Buono studio primaverile della mappa.

(28/05/19)

Salire in cima

Le montagne si scalano in orizzontale” (Massimo Angelini).

Quando ho letto questa frase sono rimasto un attimo interdetto, io che in montagna ci vado, e calcolo sempre centinaia di metri di dislivello… Questa conclusione a cui arriva Angelini e che trovate nel numero estivo 2018 della Rivista Andersen – Mensile di letteratura e illustrazione per il mondo dell’infanzia, sta a significare che salendo in cima ad una montagna si profana quella sacralità che le montagne hanno sempre avuto in passato. Farlo, soprattutto oggi, per non si sa bene quale motivo personale, non è lecito, e si dovrebbe rimanere sotto, dove finiscono le baite, gli alberi o gli animali, ché quello è posto per l’uomo: dunque, girarci attorno alle montagne, non salire troppo e rimanere, come nelle strade sacre, su una linea quasi orizzontale, senza puntare alla cima.

L’alpinismo in realtà è storia recente del rapporto uomo-montagna – degli ultimi 150 anni circa – e l’escursionismo di massa lo è ancora di più. Abbiamo iniziato solo da pochi decenni a salire in vetta, oltrepassando quel limite che separa il mondo degli uomini, quello cioè che gli ha sempre dato di che vivere in montagna, da quello dell’ignoto. E non è necessario scomodare l’idea di conquista, oggi che il mondo emerso l’abbiamo scoperto praticamente tutto. Prima in montagna erano utili i passi, che mettevano in comunicazione vallate diverse ed erano valicati dagli uomini in cerca di commerci e lavoro. La gente di montagna non sapeva che farsene delle vette, anzi probabilmente avrebbe preferito non dover combattere ogni inverno con le valanghe che scendevano dai ripidi pendii sommitali.

Oggi, ed è parte del mio mestiere di guida, le persone che salgono escursionisticamente in cima alle montagne fondamentelmente cercano di passare una bella giornata, in compagnia oppure da sole, mettendosi alla prova, perché è quasi sempre un compito difficile, e portarlo a termine è fonte di soddisfazione. A questo unite un panorama da cartolina, il sole e magari un paio di avvistamenti di selvatici, ed anche se non siete escursionisti capirete cosa spinge una persona ad alzarsi alle 5 del mattino.

Vado in montagna accompagnando gruppi, ma spesso anche da solo, e credo che la differenza sia enorme. Da solo cammino più lentamente, sono più attento a ciò che mi circonda, e nasce spontaneamente uno sguardo che da fuori si rivolge dentro. Salendo la fatica aumenta, così come la percezione di quello che i libri definiscono un “ambiente severo”, situazioni che richiamano, soprattutto se si è soli, un senso di fragilità nostra nei confronti della montagna.

Bisognerebbe sempre avere molta umiltà, ed un passo via via più leggero, quasi timoroso, mano a mano che ci si avvicina ad una vetta, ma non perchè questa sia una una creatura ostile, pronta a scrollarsi di dosso chi si avventura così in alto. No, proprio perché bisognerebbe essere consapevoli che siamo lì ospiti per un brevissimo tempo, in luoghi che non sono nostri ed è giusto che sia così, perché noi non siamo fatti per quel tipo di ambiente.

Quando si sale in gruppo è facile che tutto ciò non avvenga… agonismo, caciara, foto a non finire per fare il pieno di ricordi. A volte capita anche a me, a parte l’agonismo, ma ci sono anche vette su cui ho pianto per questioni mie, o non ho quasi detto parola, ed ero con altri.

Ecco, se salire in montagna in gruppo si avvicina a questo, a com’è quando si è soli, allora credo sia ancora sensato, perché personalmente non sento di violare la sacralità di un luogo dove invece andiamo ringraziando per aver potuto vivere un’esperienza simile.

Altrimenti, se si sale lasciando tracce sul terreno o nell’aria, che vanno ad intaccare l’integrità, il silenzio, la compiutezza in sè di quel luogo, allora sì, sarà bene fermarsi sotto, dove esiste quel confine che separa il mondo degli uomini da quello delle leggende, perché le montagne non hanno bisogno nè della nostra voce, nè dei nostri passi.

(10/10/2018)

Riferimenti bibliografici:

Le montagne si scalano in orizzontale, di Massimo Angelini, intervento all’interno del numero 354, luglio/agosto 2018 della rivista Andersen – Mensile di letteratura e illustrazione per il mondo dell’infanzia.

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